Storia dell' Istituto

La scuola media Publio Virgilio Marone inizia la sua attività nell'ottobre del 1978 con appena quattro corsi provenienti dalle Scuole Marconi e Piazzi. Preside ad interim è il prof. Carmelo Li Greci.
Già nell'anno successivo aumenta il numero delle classi funzionanti sotto la guida del Preside Gagliano.
A partire dall'anno scolastico 1982/83 la scuola assume la denominazione attuale e nel settembre 1985 le classi superano il numero di trenta; la Dirigente è la prof.ssa Antonia Console fino all'a.s. 1989/90.
Durante la dirigenza della prof.ssa Rosa De Rosalia (1990-1996) viene finalmente completata la costruzione della palestra.
Dall'a.s. 1996/97 al 2002/03 a dirigere l'Istituto è la dott.ssa Angela Palazzotto.
Dal 1° settembre 2003 fino al 2012/2013, dirige l'Istituto la dott.ssa Rita Coscarella.

Dal 1° settembre 2013, dirige l'Istituto il Prof. Felice Benenati.

Dal 1° settembre 2014, dirige l'Istituto la Dott.ssa Prestia Maria.

Dal 1° settembre 2015, dirige l'Istituto il Dott. Carmelo Ciringione.

 

La Scuola è intitolata a Publio Virgilio Marone. Il suo busto è divenuto il logo della scuola.

Virgilio nacque il 15 di ottobre del 70 a.C. vicino Mantova, e precisamente nel villaggio di Andes, località identificata dal XIII secolo con il borgo di Pietole in tal senso si esprime Dante nella Divina Commedia.Il padre, di nome Stimicone Virgilio Marone (citato nelle Bucoliche, V,55), era un piccolo proprietario terriero arricchitosi tramite l’apicoltura, l’allevamento e l’artigianato mentre la madre, di nome Polla Magio, era la figlia di un facoltoso mercante, Magio, al cui servizio aveva lavorato il padre del poeta. Virgilio studiò prima a Cremona, poi a Milano ed infine a Roma lettere greche e latine ma anche matematica e medicina. Qui conobbe molti poeti e uomini di cultura e si dedicò alla composizione delle sue opere. Nel suo soggiorno romano, il futuro poeta fu infatti anche veterinario per i cavalli dell’imperatore Augusto. Inoltre nella capitale portò a termine la propria formazione oratoria studiando eloquenza alla scuola di Epidio, un maestro importante di quell’epoca. Lo studio dell’eloquenza doveva fare di lui un avvocato ed aprirgli la via per la conquista delle varie cariche politiche. L’oratoria di Epidio non era certo congeniale alla natura del mite Virgilio, riservato e timido, e dunque quantomai inadatto a parlare in pubblico. Infatti nella sua prima causa come avvocato non riuscì nemmeno a parlare. In seguito a ciò Virgilio entrò in una crisi esistenziale che lo porterà (non ancora trentenne) a spostarsi dopo il 42 a.C. a Napoli, dove si recò alla scuola dei filosofi Sirone e Filodemo per apprendere i precetti di Epicuro, e dove conobbe diversi importanti personaggi nel campo politico ed artistico (tra cui Orazio).
Gli anni in cui Virgilio si trova a vivere sono anni di grandi sconvolgimenti a causa delle guerre civili: prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta di quest’ultimo a Farsalo (48 a.C.), poi l’uccisione di Cesare (44 a.C.) in una congiura e lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e Cassio) dall’altra, culminato con la battaglia di Filippi (42 a.C.). Egli fu toccato direttamente da queste tragedie: infatti la distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi mise in grave pericolo le sue proprietà nel mantovano ma, grazie all'intercessione di personaggi influenti (Pollione, Varo, Gallo, Alfeno e lo stesso Augusto), Virgilio riuscirà ad evitare la confisca. Si sposterà poi a Napoli.
Dopo il successo delle Bucoliche, venne in contatto con Mecenate ed entrò a far parte del suo circolo, che raccoglieva molti letterati famosi dell’epoca. Il vate frequentava le tenute terriere di Mecenate, che egli possedeva in Campania nei pressi di Atella ed in Sicilia. Attraverso Mecenate Virgilio conobbe Augusto e collaborò (forse in maniera forzata) alla diffusione della sua ideologia politica. Divenne il maggiore poeta di Roma e dell’impero.
Morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. (calendario giuliano), di ritorno da un improvviso viaggio in Grecia, secondo i biografi per una vampa di sole. Prima di morire, Virgilio raccomandò ai suoi compagni di studio Tucca e Varo di distruggere il manoscritto dell’Eneide. Ma i due, per timore o per colpa, consegnarono i manoscritti all’imperatore.
I resti del grande poeta furono poi trasportati a Napoli, dove sono custoditi in un tumulo tuttora visibile, sulla collina di Posillipo. Purtroppo l’urna che conteneva i suoi resti andò dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre epitaffio: Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces; ovvero: "Mi generò Mantova, la Calabria [la Puglia] mi rapì: ora mi custodisce Partenope [Napoli]; cantai i pascoli [le Bucoliche], i campi [le Georgiche], i capi guerrieri [l’Eneide]".